Perplessità di una pecora nera –

PERPLESSITÀ DI UNA PECORA NERA
Di Enrico Salvi

Il costante perfezionamento della struttura confederativa, grazie al quale la medesima si potenzia e si identifica sempre più con regolamenti scritti, non può non continuare a destare perplessità, e ciò sia riguardo alla forma sia riguardo al contenuto. La forma risulta dal complicato ed egemonico intreccio burocratico, mentre il contenuto rischia di adulterare (ma forse lo ha già adulterato) il senso dell’Arte della Spada giapponese (Iaido/Kendo) grazie alla tipica mentalità razionalistica di noi occidentali, che ci auto attribuiamo tanto il potere di stabilire “come devono essere le cose” quanto la capacità di trovare i rimedi necessari alle defaillances del sistema, che, nella fattispecie, consiste nella non indifferente perdita di iscritti, ciò equivalendo a voler spegnere un fuoco con il medesimo tizzone con cui è stato appiccato.
La società contemporanea che tutti ci coinvolge offre un’immagine spietata dell’insufficienza che la proliferazione di leggi mostra nell’intento di regolamentare il vivere quotidiano, e ciò secondo la nota equazione: «più leggi più reati», con conseguente intasamento dei procedimenti giudiziari. Naturalmente questo non vuol dire che le regole non siano necessarie, bensì che dovrebbero rispondere ad un criterio di sobria essenzialità e, nel nostro caso, evitare l’adulterazione dell’oggetto trattato, cioè l’Arte della Spada giapponese. In ogni caso, che le cose procedano in ordine e crescano soltanto grazie alle leggi e regole oggettive/esteriori è una pura illusione, dato che l’educazione dell’essere umano non può darsi che a partire dall’anima, cioè dalla soggettività/interiorità del medesimo, impresa in cui ci si può impegnare attraverso, appunto, la purezza dell’Arte della Spada giapponese.
Se è vero che tale Arte tende a far sbocciare la luminosa facoltà intuitiva nascosta nel Praticante e a farne decantare l’oscurante razionalismo egocentrico (che è tutt’altro dalla sana razionalità), ci si potrebbe domandare, per esempio, se l’istituzione della figura di Istruttore Qualificato sia il frutto di un’intuizione e non piuttosto di un escamotage razionalistico e adulterante (anche se dettato da pienissima buona fede) imposto da esigenze del tutto estranee all’Arte della Spada giapponese, e che, è da sottolineare, richiede un notevole impegno economico. Infatti, l’istituzione di un corso assai blando, in quanto richiedente pochissime ore di frequenza, dice chiaramente che le materie di studio potrebbero essere benissimo apprese su apposite dispense a casa propria, dalla quale occorrerebbe spostarsi soltanto per recarsi a sostenere l’esame, possibilmente non a centinaia di chilometri di distanza con necessità di prenotazione alberghiera. Al tutto aggiungendosi una considerazione di carattere psicologico, e cioè che tale corso può lasciar intendere, in modo più o meno subliminale, che lo studio dello iaido classico sia mancante di nozioni che possono essere acquisite soltanto fuori del suo ambito, lo stesso valendo, e a maggior ragione, anche per lo iaido agonistico (?!) circa il quale, nel documento relativo all’Evento 18/2017, è scritto dei «possibili vantaggi che affrontare le gare porta per la pratica dello iaido, per lo sviluppo tecnico e quello spirituale», affermazione fuorviante che, ancora una volta, relega in secondo piano lo iaido classico rendendolo dipendente dall’adulterante integrazione agonistica. Di poi, quale «sviluppo spirituale» sia possibile grazie ad una competizione sportiva resta un mistero, posto che il superamento dello “stress”, che è comune alle gare di ogni sport, può concernere la psiche del Praticante ma certamente non il suo spirito, e ciò perché lo sport non è una disciplina spirituale e l’autocontrollo della persona sportiva non corrisponde in nulla alla profonda e persistente calma della persona spirituale, e dalla quale, soltanto, può nascere l’illuminante intuizione.
Da ultimo, ma non per ultimo, occorre dire qualcosa circa l’istituzione del Budo Management, iniziativa dettata dalla preoccupazione per le defezioni degli iscritti, cioè dalla constatazione che «la percentuale di abbandoni sembra indicare che le persone che si avvicinano alle nostre attività troppo spesso non trovano ciò che si aspettano» (documento on line del 30 marzo 2017). Ora, è proprio l’impossibile legame semantico tra la parola nipponica e quella inglese a costituire un segnale di allarme, poiché il Budo è latore di un messaggio culturale (e non sportivo) che con il Management, cioè con la gestione aziendale (tale è il significato di “management”), nulla ha a che vedere. Di più, il Vademecum Associazione Sportiva (ancora lo sport!) testimonia il configurarsi della struttura confederativa sempre più come azienda dirigente anziché come centro coordinatore di associazioni culturali (non sportive) quali sono, o dovrebbero essere, i singoli Dojo. Perché, è da notare, altro è il dirigere egemonizzando e altro è il coordinare singole, libere e responsabili associazioni culturali.
È indubbio, infatti, che il Budo sia una particolarissima cultura – quindi coltura – dell’Interiore e dell’Esteriore di cui insuperabili e insostituibili Insegnanti, per un ovvio motivo, sono i Maestri giapponesi, mentre il Management è gestione burocratico-economica. Perciò, come si può pensare che un meticoloso Management possa arginare le defezioni e dare agli iscritti «ciò che si aspettano»? E cosa si aspettano gli iscritti? Un sempre più efficace Management o un sempre più intenso contatto con la Fonte dell’Arte della Spada rappresentata dai Maestri giapponesi?
Occorrerebbe inoltre l’umile consapevolezza che nessun occidentale, per quanto avanzato di grado, foss’anche il più elevato, potrà mai penetrare sino in fondo e gestire in proprio lo Yamato Damashii, da cui scaturisce la cultura (e la coltura) dell’Arte della Spada giapponese, che per un occidentale resterà sempre qualcosa di acquisito poiché non scaturente, come accade per i Maestri giapponesi, dai fontali ancestrali precordi.