Il corso Istruttori di Iai: io c’ero!

Ho avuto il privilegio di essere invitato, in qualità di formatore e “facilitatore” al Seminario per Istruttori già qualificati di Iaido tenutosi a Novarello il 9 di ottobre 2016. E’ stata un’esperienza estremamente interessante e significativa, per cui ringrazio Segreteria, Commissione Tecnica e le persone della Federazione che hanno sostenuto lo svolgimento dell’iniziativa, e soprattutto i partecipanti, che ci hanno messo energia e passione.

Causa il tempo ridotto ed alcuni miei errori di comunicazione alcuni degli innumerevoli spunti emersi sono stati rielaborati in modo insufficiente, per cui sento il bisogno di ritornare su alcuni temi, dedicandoci una riflessione specifica, che mi auguro possa essere utile a tutti, a partire dal sottoscritto.

Di prima mattina Tomaso Boscarol ci ha presentato i dati del trend dello Iai, dal quale abbiamo appreso che, mentre il numero dei “Dojo” è aumentato, il numero dei praticanti ha imboccato un trend involutivo che ha portato ad una riduzione degli iscritti di 100 unità negli ultimi 10 anni. C’è in particolare una diminuzione del numero dei nuovi arrivi, mentre il numero degli abbandoni è costante (e quindi percentualmente in crescita…).

Alcuni hanno sottolineato i motivi socio-economici che spiegherebbero il fenomeno (capita in questo momento a tutte le discipline del Budo), per cui un certo numero di abbandoni sarebbe “fisiologico”, e dovuto a motivi non attribuibili ad errori dell’insegnante nè motivi “intrinseci” (ovvero sotto la nostra responsabilità).

Come spesso accade quando in un’impresa si proiettano dati “negativi”, scattano (teorema di Velasco, ex allenatore della nazionale di pallavolo) meccanismi difensivi che funzionano da “alibi”: non è colpa nostra ma siamo vittime di elementi al di fuori del nostro controllo.

C’è il rischio concreto di insabbiarsi in un dibattito lamentoso all’ombra del Muro del Pianto. E’ indispensabile invece che il gruppo trasformi l’alibi in un fattore di rimotivazione, che rilanci l’interesse al tema della giornata, che sintetizzo così:

Proprio perché i fattori di crisi sono reali e condizioneranno pesantemente il futuro (quando mai finirà la crisi economica in Italia?), abbiamo solamente una possibilità: migliorare la qualità. 

Pensiamo infatti a cosa succederebbe delle nostre discipline se, proprio mentre la crisi, il trend demografico e tutti gli altri fattori “contro” ridurranno il numero di persone che si interesseranno allo iaido, peggiorassimo le nostre capacità di insegnare!!!

Dunque, per ottenere i medesimi risultati che abbiamo ottenuto in passato, a fronte di una riduzione delle risorse, saremo obbligati a migliorare!!! (Teorema di Montali, ex allenatore di pallavolo dell’Italia)

I dati presentati per Regione hanno poi scatenato l’umana domanda: “Siamo più bravi in Lombardia, nel Lazio oppure in Liguria?”

Poiché il tempo a disposizione era terminato, non abbiamo avuto tempo di “torturare i dati”, cosa che potrà essere fatta in futuro, e siamo passati alle attività successive, proseguendo con la teoria sul ruolo dell’Istruttore (chi l’aveva già subita si è trasferito in palestra per un allenamento specifico coordinato da Mario Menegatti).

Al pomeriggio ci siamo riuniti tutti, per affrontare un’esperienza già fatta nel Seminario Istruttori di Kendo dell’anno scorso. Si tratta di formazione “esperienziale”, ove un volontario conduce, in qualità dell’Istruttore, la pratica di un gruppo i cui partecipanti offrono un feed-back a valle dell’esperienza fatta.

Questa parte è stata di interesse straordinario in quanto ci sono state situazioni emblematiche e si sono avute domande ed obiezioni estremamente rilevanti, sulle quali voglio tornare.

Sono stati fatti 3 gruppi che sono stati condotti in modo estremamente diverso.

In un gruppo l’Istruttore ha proposto l’alternanza di pratica e di momenti teorici. Possiamo dire che questo tipo di conduzione è quello “Standard”, probabilmente il più efficace per promuovere lo sviluppo tecnico del gruppo. La maggior parte delle lezioni dovrebbero seguire questo schema, che ha il vantaggio di un mix ottimale tra teoria e pratica, ove l’Istruttore calibra l’insegnamento in base all’evoluzione del gruppo.

In un altro gruppo l’Istruttore ha proposto una sorta di mini-seminario, distribuendo in fase iniziale il “contenuto” teorico con una spiegazione che ha assorbito parecchio tempo (in relazione ai 40 minuti totali assegnati per il compito). A valle di tale spiegazione è iniziata la pratica, che è proseguita con intensità fino al saluto finale. Questo tipo di conduzione, che ha lo scopo di approfondire un argomento, dovrebbe essere meno frequente nella normale pratica, anche se risulta comunque efficace, soprattutto se, come avvenuto, è stata poi dato uno spazio significativo ed intenso alla “messa in pratica”.

Il terzo gruppo ha ricevuto una sorta di lezione “non standard”, ove l’Istruttore si è adoperato per fare vivere un’esperienza nuova. Lo scopo è di generare un modo alternativo per vedere un aspetto della disciplina, ad esempio una tecnica. Anche questo approccio, che possiamo definire creativo, può essere utilizzato nel Dojo per ottenere la crescita.

L’obiettivo del pomeriggio non era però quello di giudicare il lavoro dei volontari quanto di percepire l’utilità e la modalità di impiego del Feed-back.

Tutti hanno infatti potuto percepire, nel momento in cui i partecipanti offrivano impressioni e suggerimenti agli Istruttori, l’inevitabile ed a volte ampio gap che c’è tra la percezione dell’Istruttore e quella dei partecipanti sulla pratica appena conclusa.

Aprendo un canale di comunicazione diretto e disciplinato l’Istruttore può verificare la percezione dei partecipanti all’allenamento, che risulta SEMPRE diversa (a volte in modo sorprendentemente ampio) rispetto a quanto ci si immagina.

La richiesta del Feed-back non mira ad ottenere la “soddisfazione” del praticante quanto ad ottenere informazioni indispensabili per svolgere in modo consapevole il ruolo di Istruttore, ed in particolare per programmare e condurre le sessioni di pratica efficaci.

Ad esempio, per regolare in modo ottimale il ritmo e l’intensità dell’allenamento, che sono parametri chiave per l’evoluzione del livello tecnico, è utile sapere quanto siano provati fisicamente i presenti all’allenamento.

Avere informazioni di ritorno dai partecipanti all’allenamento è quindi parte della responsabilità fondamentale dell’Istruttore piuttosto che una modalità di “accontentare i clienti” del DOJO.

I partecipanti hanno chiesto come chiedere un feed-back, a chi chiederlo, quando chiederlo. E’ stato impossibile trattare l’argomento in pochi minuti, ma abbiamo condiviso alcuni punti:

  • non è necessario chiedere sempre un feed-back

ma alcune situazioni sono indicate, ad esempio quanto proponiamo un programma diverso dal solito, possiamo chiedere vari riscontri (è stato interessante? e’ stato utile? divertente? faticoso?)

  • non bisogna accontentarsi di “Grazie, allenamento molto interessante…”

ma approfondire, se veramente vogliamo avere informazioni utili. Sappiamo infatti come, soprattutto nel nostro ambiente, prevale il formalismo e difficilmente un principiante si permette di dare un feed-back negativo, anche se finisce l’allenamento pensando: “interessante lo iaido, peccato che io non ci sono assolutamente tagliato…”

  • bisogna fare le domande alle persone giuste

ad esempio un’Istruttore in visita al nostro Dojo può offrirci spunti di miglioramento diversi rispetto all’affezionato veterano o al principiante entusiasta.

Infine c’è stato un confronto acceso su due temi che tutti sanno mi stanno a cuore:

  • la correzione
  • la manipolazione

Invece di addentrarmi nel “come e quando” usare questi due strumenti, preferisco tornare su due modi di interpretare il nostro ruolo, affinché possiamo capire meglio le conseguenze di alcune nostre scelte.

Da una parte possiamo ritenere che dobbiamo spingere il nostro allievo ad adeguarsi ad uno standard. Il ruolo dell’istruttore consiste nel mostrare e chiarire lo standard, attendendo che l’allievo si adegui, correggendo di volta in volta gli errori. Questa impostazione, l’abbiamo visto con chiarezza, è quella che normalmente seguiamo, anche perché è quella seguita dai nostri riferimenti.

Ognuno di noi, non appena nominato “Istruttore”, procede a “spiegare” ciò che va fatto, verificando l’attuazione del programma. E’ lo schema scolastico che si base sull’idea che noi siamo i portatori di una sorta di sapere che dobbiamo difendere e  “trasmettere”, eradicando gli errori, che risultano essere sgradite deviazioni tra quanto l’allievo fa e quanto dovrebbe fare.

Un’altra impostazione è di considerare il Dojo una sorta di “bottega artigiana”, ove l’Istruttore propone un programma di lavoro che permetta ai presenti di “produrre” in modo maggiormente autonomo. In questo caso si lascia maggiore libertà espressiva (ovviamente all’interno dei paletti della sicurezza e del rispetto) e l’onere di superare gli ostacoli secondo tempi e modalità individuali. Con questo approccio l’errore assume una valenza diversa, diventando il patrimonio del principiante, che viene assistito nel percorso più che veicolato.

Ognuno di questi due approcci ha i suoi vantaggi ed i suoi limiti. Sicuramente il sistema dei Dan, soprattutto dopo che si è insistito per avere criteri di uniformità della valutazione, sta producendo una ricerca dello standard con la quale dobbiamo ormai convivere. Forse è un bene in quanto ci consente di ridurre la complessità, ma solo se aumentiamo la consapevolezza sui meccanismi dell’apprendimento.

Scelto il nostro modello di riferimento, seguirà un approccio consapevole all’insegnamento ed anche la diatriba su se e come utilizzare la correzione o l’aggiustamento della postura e del movimento dell’allievo perderà significato. Per questo non posso dire di essere contrario alla correzione, quanto di essere contrario ad un utilizzo “reattivo” della correzione, che è sintetizzabile così:

“vedo l’errore (deviazione dallo standard), procedo alla correzione e, quando non funzione, intervengo aggiustando personalmente”.

In sintesi, le Associazioni e gli Istruttori dovranno fare fronte da una parte al contesto socio-economico sfavorevole, che sembra ridurre l’afflusso spontaneo di allievi ai Dojo, dall’altra agli Standard richiesti dagli organismi ufficiali, che risultano più sfidanti che in passato.

Questi due “ostacoli” vanno affrontati con una mentalità appropriata, ovvero impegnandosi nel migliorare la comprensione del “cosa” e del “come”. Intendo con questo che l’Istruttore deve avere chiari i propri compiti (il “cosa”), cercando di migliorare il “come”, ciò che può avvenire da una parte sviluppando maggiore consapevolezza relativamente ai propri punti di forza e di debolezza, dall’altra approfondendo il bagaglio teorico, composto da (cito quando emerso domenica dagli interventi dei partecipanti) capacità di:

  • pianificare
  • comunicare
  • dimostrare
  • relazionarsi

Solo guardando questo elenco si capisce come sia ampia e profonda (alcuni hanno citato anche termini come leadership, carisma…) l’area di competenza dell’Istruttore. Non ci scoraggiamo. Con un approccio che mira alla crescita personale, con il confronto, con l’apertura mentale ognuno di noi può fare piccoli progressi con grande impatto sul futuro.